
Secondo libro della serie creata da Ali Standish e che vede protagonista di tante avventure e misteri il giovane Arthur Conan Doyle, circondato dai suoi personaggi.
Ammetto che un piantino finale c’è stato: un po’ di umidore agli occhi, suvvia. Il secondo romanzo di Ali Standish funziona bene, tanto quanto il primo della serie (e nel frattempo il terzo è già stato pubblicato negli Stati Uniti con il titolo “La valle delle bugie”).
L’idea di base dell’autrice è stata prendere in prestito la struttura ideale di Harry Potter (una scuola per bambini con capacità particolari) e di reinventarla utilizzando come protagonisti un mix azzeccatissimo di personaggi che gravitano attorno al mondo del Canone holmesiano creato da Arthur Conan Doyle che – nella sua versione adolescente – è il protagonista dei romanzi.
Troverete Holmes che fa perfettamente il professore, così come Watson, insieme al preside della scuola di Baskerville Hall, Challenger, la professoressa Hudson; e poi Irene amica di Arthur, insieme a Jimmie Moriarty (figlio del temibile James), ma anche personaggi originali come Tasca e Grover (appassionati di invenzioni e occulto).
Il romanzo riprende le fila dalla conclusione aperta del primo con i ragazzi che tornano a scuola dopo le vacanze di Natale e si trovano a dover fare i conti con il misterioso avvelenamento di alcuni professori – Holmes compreso, povero tatone della Fede. Le intuizioni di Arthur con la sua intelligenza fresca e insieme insicura dovranno fare i conti con amicizie che traballano, fantasmi, vecchie leggende e una promessa lontana. Difficile seguire bene-bene il secondo romanzo se non avete letto il primo, anche se qualche riassunto degli avvenimenti passati c’è.
L’idea di base della serie è ottima anche se semplice e se amate Holmes vi piacerà perché Standish è molto brava a tenere a mente le caratteristiche dei personaggi originali (del resto ha ricevuto anche l’avallo della Conan Doyle Estate che è piuttosto rigida) trasponendole in un altro sistema narrativo.
La storia di questo capitolo “Il segno dei cinque” è bella, con ottimi colpi di scena e un finale molto bello (sempre aperto ma non sospeso). Ho apprezzato moltissimo il modo in cui Standish ha usato Holmes: è proprio lui, senza nessuna sbavatura.

