Ucciderò Sherlock Holmes – Autobiografia di Arthur Conan Doyle – Recensione

Nel 1924, Doyle scrisse le sue memorie dedicando molto spazio alle avventure che aveva vissuto ma decisamente poco al suo personaggio più famoso, anche se, nonostante tutto, Sherlock c’è, eccome.

È molto interessante leggere quello che Doyle ha raccontato della sua vita e scoprire quanto poco spazio abbia dedicato all’opera che lo ha reso uno degli autori più conosciuti al mondo. Nella sua autobiografia, infatti, Sherlock Holmes compare poco rispetto a quanto ci si aspetterebbe, ma questo racconta moltissimo di Doyle, anche se è difficile rubricare il tutto come semplice ingratitudine.

Il sentimento che nasce nei fan del detective è spesso proprio un po’ questo ma solo perché il nostro cervello è settato su una bugia, ossia che Holmes sia un uomo vero, esistito in carne ed ossa e non il frutto della stessa fantasia di Doyle. Ripensiamoci ora: Doyle sarebbe ingrato verso sé stesso? Ovviamente no, fu solo un uomo che da sempre ebbe il pallino della scrittura e che con coraggio ad un certo punto lascia la proda del suo ruolo di medico per affrontare il mare dell’editoria. Holmes fu la zattera (piuttosto lussuosa, non c’è che dire) che lo portò al largo, lì dove avrebbe potuto finalmente fare quello che desiderava: scrivere romanzi storici e di avventura.

Questo libro è certamente per appassionati, dunque, ma anche per chi ha voglia di capire da dove arriva Holmes. Doyle racconta la sua vita con parecchi filtri, lasciandone in ombra alcuni aspetti, compreso quello della relazione molto burrascosa con la figura del padre, Charles Altamont Doyle, illustratore e amante della bottiglia. Ma leggendo fra le righe, arrivando alla fine del racconto, è chiarissimo che Doyle di quella situazione, della povertà, della madre praticamente sola ad accudire figli, casa e conto in banca, soffrì parecchio. È da lì, alla fine, che arrivò la decisione di fare il medico: una professione sicura per poter aiutare la madre e la nonna, lui, ventenne a capo di una famiglia. Ma in Doyle brucia ben altro e sarà anche la madre, figura adorata, a condurlo su quella strada. Fu lei, infatti, a rifiutare la proposta del direttore del collegio gesuita in cui Doyle andava a scuola di metterlo in un seminario in cambio dello sconto delle tasse scolastiche. Doyle viene “salvato” e così anche la Chiesa, come lui stesso spiega in una battuta.

Una cosa è certa: Doyle macinò molta vita e lo fece solo ed esclusivamente grazie alle sue capacità e alla sua curiosità intelligente, alla sua voglia di vedere, esplorare, cambiare, e non perché annoiato da una facile condizione di benessere economico, che arrivò solo molto dopo.
Difficile stare fermo per lui. Lo dice chiaramente: la mente va fatta funzionare sempre. E poi non si dica che Holmes non c’è.

Accetta di imbarcarsi tre mesi su una baleniera come medico di bordo, lui che medico non lo era ancora. Esplora e prova molti sport: è uno dei primi a inforcare la bicicletta, a sciare, ad appassionarsi della box.
Corrispondente di guerra – lavoro che gli valse poi il titolo di baronetto – fu studioso di medicina, appassionato di razionalismo e poi studioso fra i più importanti di spiritismo e di medium. Fu amico di personaggi strepitosi: da Bram Stoker a Oscar Wilde, passando per Houdini, che gli fu amico e poi rivale proprio sul tema della credibilità di medium, apparizioni e fantasmi. Venne contattato per risolvere veri casi giudiziari (con successo), disse la sua anche sui delitti di Jack lo Squartatore.

Se amate le figure vulcaniche, un po’ narcisiste ma intelligenti, se avete voglia di vedere come nel 1924 fosse possibile unire una prosa leggera e scorrevole con un’ironia deliziosa (anche su sé stessi), questa autobiografia fa per voi. Ci saranno dei punti un po’ prolissi ma potrete saltarli e godervi il racconto come volete, navigando fra i capitoli che più vi incuriosiscono. Avrete molto da sottolineare e appuntarvi, perciò organizzatevi con matite e quaderno.