
Il secondo libro della trilogia dell’autore tedesco discendente da una famiglia di boia e che racconta le indagini di un giovane poliziotto in cerca di identità nella Vienna della fine dell’Ottocento (e ci sono anche le mummie).
Se non avete letto il primo libro della trilogia del becchino, potrete comunque godervi questo secondo capitolo, ma è chiaro che qualcosa un po’ ve la perderete. In particolare vi mancheranno alcuni punti relativi alla nascita della collaborazione (è presto per chiamarla amicizia) fra Leopold von Herzfeldt, giovane agente della polizia viennese e il becchino-scrittore e filosofo Augustin Rothmayer.
Il romanzo “Il becchino e la ragazza” è stato pubblicato la prima volta in Italia nel 2024 e segue il primo libro “Il metodo del becchino” e precede “La regola del becchino”, ultimo della trilogia. L’autore, Olivier Pötzsh ha la formazione dello sceneggiatore e per me è sempre una garanzia: difficile che scrivano brutti romanzi gli sceneggiatori. E infatti.
Il romanzo
Quella di Pötzsh è una serie di gialli storici ambientati nella Vienna fredda e profondamente in difficoltà con i suoi stranieri della fine dell’Ottocento. Ad indagare sui delitti c’è Leopold, giovane di ottima famiglia in lotta con il padre. Un damerino che deve ancora capire chi è, certo, ma che rappresenta una ventata di novità nei sistemi di indagine della polizie viennese: porta con sé l’entusiasmo delle nuove regole e dei primi modelli delle indagini scientifiche: impronte, tracce di materiali, ragionamento abduttivo, geometria, matematica, analisi del contesto. Il modo di indagare di Leo è quello di uno Sherlock un po’ inesperto e non del tutto certo delle sue capacità, ma il concetto è quello.
In questo secondo romanzo Leopold è alle prese con una storia molto strana: uno stimato egittologo viene trovato mummificato nel suo stesso museo. Nel frattempo l’aria della maledizione faraonica attraversa Vienna e il suo circolo degli egittologi di chiara fama, fra i quali cadono altre teste. Nel frattempo, però, Vienna è anche colpita nel suo freddo amor proprio da una serie di altri omicidi: giovani prostituti vengono trovati uccisi in modo piuttosto brutale. Sulla scena del crimine arriva anche Leo e con lui c’è anche Julia, giovane donna, mamma single e cantante che fa la fotografa forense (proprio grazie all’ispettore von Herzfeldt). E il becchino? Questo personaggio incredibilmente interessante è – anche in questo secondo capitolo – la chiave per risolvere i misteri. Il trio molto particolare formato da Leopold, Julia e Augustin, si troverà ad indagare fra antiche maledizioni, culti funerari egiziani, le fogne di Vienna, veleni ma anche zoo umani, invidia e pazzia.

Ma com’è questo libro, quindi?
Già nel primo libro di Pötzsh ho incontrato una cosa rara: si tratta di romanzi dal respiro classico (storie, trame, personaggi) ma con uno stile e una prosa che non tradiscono le ambientazioni ma risultano leggeri, scorrevolissimi. Difficile mollare la lettura una volta iniziato e, nonostante questo libro conti più di 400 pagine non le sentirete nemmeno, e questo vale anche per il primo libro.
In questa avventura gialla, completamente slegata dalla prima, troverete il fascino dei misteri egizi, le descrizioni delle passioni umane al loro peggio, le ambientazioni di una Vienna che, seppur timidamente estiva, è fredda come un piano d’acciaio. Leggerete anche di una certa evoluzione dei personaggi, in particolare di Julia e Augustin.
Il mistero è particolarmente complesso e non delude assolutamente, anche se la conclusione è piuttosto “classica”.
C’è una pecca? A mio avviso una sola che sembra “grave” ma in realtà non lo è ai fini della lettura complessiva: il protagonista, Leopold, è forse fra tutti il personaggio meno tridimensionale, quello con il quale si empatizza di meno. Anche Pötzsh, a quanto pare, soffre di una sindrome nella quale mi sono già imbattuta: quella degli autori che danno il meglio di sé nei personaggi secondari. Leopold, quindi, non merita? Affatto: è comunque interessante ma nel primo libro lo si esplora di più che nel secondo. Rovina la lettura? Per niente.

