La stanza di Sherlock

“Z, la città perduta” di David Grann – Podcast

In questo libro, reportage giornalistico di altissimo livello, David Grann ha indagato la storia (e la scomparsa) misteriosa dell’esploratore vittoriano Percy Fawcett, che ispirò anche Arthur Conan Doyle.

Nel 1911, in una sala dagli alti soffitti della Royal Geographical Society di Londra, l’esploratore Percy Fawcett sta tenendo una conferenza. È tornato da poco da un viaggio in Bolivia, per l’esattezza sull’altura di Huanchaca. Si tratta delle prime spedizioni commissionate all’ex militare inglese e in quella sala, fra i banchi in legno illuminati dalle grandi finestre a volta c’è anche Arthur Conan Doyle, scrittore già affermato.
Quel racconto lo affascina, l’avventura è uno delle sue passioni ed è guardando quell’esploratore alto e magro, dallo sguardo tagliente, dal cipiglio determinato, con una bella barba folta e modi che si discostano non poco da quelli della borghesia inglese che Doyle decide di scrivere “Il mondo perduto” che verrà pubblicato nel 1912: uno dei più bei romanzi d’avventura mai scritti.

Fawcett scrisse degli appunti attorno alla sua chiacchierata con Doyle circa il libro: “Mi ha accennato all’idea di un romanzo sull’America centro-meridionale e mi ha chiesto informazioni, che gli ho detto che sarei stato lieto di fornirgli. Il frutto di ciò fu il suo Mondo perduto nel 1912, apparso a puntate sullo Strand Magazine e successivamente sotto forma di libro che raggiunse una popolarità diffusa”.

La finta foto dei personaggi del libro che apre la prima edizione di The lost world del 1912, edita in Inghilterra da Hodden & Stoughton. Ad interpretare Challenger, al centro, è un irriconoscibile Arthur Conan Doyle.


Il libro “Z, la città perduta” di David Grann parla della storia di quell’esploratore, Fawcett, un uomo che non temeva la giungla, la malaria, la fame o la stanchezza, bensì una cosa soltanto: la noia.

Il libro di Grann ospita una sezione centrale dedicata a numerose fotografie d’epoca. Sulla destra Fawcett mappa un confine in Bolivia; sulla sinistra la moglie dell’esploratore inglese, Nina; a seguire uno dei suoi superiori e sostenitori alla RGS ed infine Alexander Rice, rivale di Fawcett alla ricerca di Z.

Il mistero di Fawcett

Quest’uomo, Fawcett, divenne famoso non tanto per quello che aveva rivelato, bensì per ciò che aveva taciuto” scrive Grann, giornalista del New Yorker, penna eccellente nonché appassionato di storie di uomini ossessionati da un’idea. Ed è una definizione che calza a pennello su questa storia perché Fawcett non riuscì mai a raccontare quello che aveva (o non aveva) scoperto: insieme al figlio più giovane, Jack, ed un amico di quest’ultimo, Raleigh Rimmel, scomparve nella foresta amazzonica nel 1925. Di lui, di loro, non si seppe più nulla, ed è qui che ha inizio la leggenda (ma è bene dire anche la “mania”) attorno a questo archeologo e cartografo inglese nato nel Devon nel 1867.

Non è che desideri il lusso, quello che odio è rimanere inattivo

Percy Fawcett


Furono centinaia le spedizioni (l’ultima di cui si abbia notizia è nel 1996) che si posero come obiettivo quello di trovare Fawcett o quanto meno i suoi resti. Quasi 100 persone morirono provandoci, perché i luoghi nei quali l’inglese continuò ad inoltrarsi a più riprese nel corso della sua vita non erano accoglienti, anzi, sono ciò che di più ostile ci sia per l’uomo “civilizzato”. Furono altrettante le teorie strampalate: forse Fawcett era diventato un santone che predicava la vita naturale e la teosofia fra gli indios, forse aveva trovato il passaggio per accedere alla terra cava, o forse un portale per un’altra dimensione, forse era diventato lui stesso un “selvaggio” e non voleva fare ritorno alla civiltà.

Sulla sinistra una delle immagini più famose di Percy Fawcett riportate nel libro di Grann; a destra la costa del libro pubblicato da Corbaccio

Grann incontra Fawcett

Grann, in questo bellissimo libro a metà fra l’inchiesta giornalistica e il diario di viaggio ma che si legge come un romanzo, ha deciso di ripercorrere la vita e le strade di Fawcett, comprese quelle della sua ultima spedizione.
L’autore incappa nella storia di Fawcett mentre sta svolgendo delle ricerche per il suo libro “Il demone di Sherlock Holmes“, una raccolta di storie di uomini ossessionati da un’idea. Infatti, mentre lavora alla vicenda della strana morte di Richard Lancelyn Green, uno dei più importanti collezionisti holmesiani del mondo morto in modo tragico nel 2004, Grann scopre il contatto fra Arthur Conan Doyle e Fawcett, nonché un nuovo personaggio consumato dalla sua ossessione. Fawcett cercava una città mitica che lui chiama “Z” (mentre altri l’avevano definita El Dorado). Grann parte per un viaggio in Sud America che lo porta fino all’incontro con gli indios Kalapalo (una popolazione stimata in poco più di 300 persone) nel Mato Grosso, in Brasile: quella è la zona dove gli antenati di quella popolazione hanno visto per l’ultima volta la piccola squadra di Fawcett, dove il mondo intero perde le loro tracce.

Il resto del libro è indagine, storia, profilo psicologico e magia dell’inchiesta giornalistica. È chiarissimo quanto Grann si sia appassionato alla vicenda di Fawcett, quanto materiale abbia visionato, quanta monomania a tempo abbia spinto un allora 40enne per nulla sportivo, pantofolaio, stempiato e leggermente sovrappeso a spingersi nella foresta amazzonica finendo quasi a perdersi laggiù pur di capire come fossero andate le cose.

La Royal Geographical Society oggi

MA COM’È QUESTO LIBRO, QUINDI?

Fortunatamente Fawcett non saprà mai che secondo le ultimissime stime la “sua” foresta amazzonica è fra gli ecosistemi più a rischio nel mondo. Secondo Nature entro il 2050 potrebbe raggiungere il punto di non ritorno. Già nel 2005, quando Grann pubblica il suo libro, leggiamo:

Rimasi con lo sguardo fisso fuori dal finestrino, aspettandomi di vedere i primi segni della famosa foresta spaventosa. E invece niente. Solo pianure, pianure infinite che si perdevano all’orizzonte. Mi sembrava di essere in Nebraska. Chiesi a Tauka-ne dove fosse la selva. “Andata”, rispose semplicemente.

Eppure Fawcett, vittoriano nel midollo, pur non essendolo in effetti (la regina morì nel 1901) aveva capito bene: cercando Z stava cercando di scardinare un’idea coloniale, occidentale, razzista e parziale non solo rispetto alle popolazioni indios ma anche rispetto alla natura e al suo valore. “La presa della civiltà su di noi – scrisse nei suoi appunti riportati dal fratello nel libro “Exploration Fawcett” – è relativamente precaria e una volta che assaggiamo il gusto di una vita in libertà essa esercita un fascino indiscutibile“.

Quello di Grann è un libro bello perché oltre a presentarci Fawcett, catturandoci nella rete di una storia incredibile, ci fa riflettere su temi importanti (la tenacia, la passione, la follia, l’egoismo, il colonialismo, la relatività delle visioni, il nostro rapporto con la natura) come succede con tutte le grandi narrazioni.

In più ci narra un’altra intersezione con la storia di Doyle e la sua carriera. Poi se Fawcett per alcuni aspetti vi ricorderà Holmes… beh, non c’è nulla di strano, anzi, meglio di così…