La prima puntata di una saga che ha avuto un grande successo e che racconta le avventure di Sherlock Holmes adolescente.

Sherlock Holmes è un personaggio di certo non “trasparente”. Non lo fu mai per il suo biografo non ufficiale John Watson, ma non lo fu nemmeno per il suo creatore Arthur Conan Doyle che lo creò senza covare la benché minima speranza che diventasse protagonista di altre storie, definendolo psicologicamente solo di volta in volta, storia dopo storia.
Immaginatevi perciò quale titanica – e pericolosa – avventura letteraria possa essere quella di avventurarsi, un secolo dopo, non solo nelle trame di Baker Street ma anche di ricostruire le vicende di uno Sherlock giovanissimo, dodicenne, contando che dell’infanzia del nostro eroe Sir Conan Doyle non scrisse una sola parola. Insomma, livello di rischio: altissimo.
Va detto però che Andrew Lane, il temerario giornalista e autore inglese che ha tentato questa impresa, pare averci preso gusto perché dopo il primo romanzo, quello di cui parliamo qui, ha cesellato ben altri sette romanzi. Ha fatto un buon lavoro?
La risposta è “ni”.

La trama di “Nube mortale”

Prima di capire il perché di quel “ni”, veniamo alla storia, la prima come dicevamo, che vede lo young Sherlock alle prese con la sua vera vocazione: i guai complicati da risolvere.
Troviamo il ragazzo posteggiato in un college maschile, alle prese con il tentativo di rimanere nei panni per lui troppo stetti del classico studente. Giunta l’ora delle agognate vacanze estive, Sherlock viene informato dal fratellone Mycroft – che già lavora, anche se da pochissimo, per il governo di Sua Maestà – che di tornare a casa proprio non se ne parla: trascorrerà il tempo libero a casa di uno zio poco simpatico, con una zia acquisita leggermente fuori di testa ma leggera, e una governante che (premio ad Adrew per la descrizione perfetta) “sembra aver appena bevuto un bicchiere di aceto” e che pare detestare cordialmente il signorino Holmes per motivi non meglio chiariti.


A curare l’educazione del giovane che ancora non sa di essere un detective arriva un personaggio carismatico e salvifico, Amyus Crowe, omone americano dai tratti da cacciatore di taglie ma con il cuore buono ma il cui olezzo di misteri irrisolti nel suo passato si sente fino a qui. Scopriremo che l’omone non solo è una sorta di mentore dalle grandi doti educative ma che sarà lui a spingere il piccolo Holmes a tirare fuori il coraggio e farsi sempre tante (pure troppe) domande su ogni cosa. Il buon Crow, scopriremo, ha anche una figlia, Virginia, bella, indipendente e rossa di capelli che incarna retoricamente la ragazza che non si piega solamente al ruolo di “figlia femmina”. Accanto al piccolo virgulto arriva anche Matt Arnatt, detto Matty, un ragazzino senza tetto che vive su una chiatta galleggiante e che sta a metà fra Watson (poco) e un irregolare di Baker Street (tanto). Holmes farà subito amicizia con lui trascinandolo in una strana avventura.
Sherlock e il suo tutore, infatti, scoprono durante una passeggiata/lezione nel parco dello zio simpaticone, un cadavere: un uomo con il corpo ricoperto di bubboni rossi e addosso una strana polvere leggera e giallastra. Potrebbe il piccolino starsene buono e far finta di niente? Chiaramente no. E da qui si dipana la vicenda che vedrà Sherlock e Matty mettersi nei guai, guai seri.

Ma com’è questo romanzo, quindi?

Non si tratta di un brutto romanzo, va detto, ma non è nemmeno un capolavoro. I punti forti del libro sono tre: il ritmo molto serrato che porta a voler continuare con voracità fino all’ultima riga (e non si tratta di un pregio da poco); le ambientazioni/descrizioni molto buone e piuttosto gotico-londinesi-ma-non-steam-punk-alla-Gotham-City; infine la storia di questo episodio che non è per nulla banale.
Purtroppo ci sono due punti deboli che sono parecchio duri da digerire. Il primo sono i dialoghi: alcuni sono pessimi, di quelli che ti buttano immediatamente a calci fuori dal libro e dalla sua atmosfera mostrando un po’ di ingenuità da tema delle medie. Il secondo, che poi è rivelato in parte nel primo, è che questo Sherlock ragazzino non è Sherlock. Chi ama molto questo personaggio non può immaginarselo così: è troppo aperto, poco ombroso, per nulla scontroso e… troppo banalmente affascinato da Virginia.

Mentre lo leggevo ero abbastanza entusiasta, lo ammetto (ho anche comprato la seconda puntata, che leggerò): non avevo mai letto questo genere di romanzi e Lane è bravo, ma poi è successa una cosa. Subito dopo mi sono bevuta in un sorso il primo romanzo della saga “Sherlock, Lupin e io” di Irene Adler, alias Alessandro Gatti ed essendo spaventosamente bello, ha incrinato completamente la percezione dello Young Sherlock di Lane. Succede.

Consigliato: sì (se volete davvero staccare la spina e divertirvi)
Adatto agli sherlockiani: no
Da leggere più volte: 
no

Andrew Lane
Young Sherlock. La nube mortale
DeAgostini, 2010
Euro 9,90