L’unico saggio di critica letteraria della sua carriera, Jules Verne lo scrisse sul maestro dello “strano”, come lui stesso definisce Poe in questa sorta di lettera d’amore per l’autore americano.


Nel 1864 anno di pubblicazione di questo breve saggio, Jules Verne ha 36 anni ed ha già scritto parecchio ma in verità la grande avventura dei suoi “Viaggi straordinari” che lo porteranno al successo internazionale, è appena iniziata.

Verne, considerato uno dei primi scrittori di fantascienza della storia della letteratura, trasse grande ispirazione da Edgar Allan Poe, dai suoi racconti e dal suo romanzo “Le avventure di Gordon Pym” (testo che verrà in un certo senso “completato” da Verne con il suo “La sfinge dei ghiacci” nel 1897). Ma questa “coppia”, diventa presto un trio eccezionale dato che fu solo grazie alle traduzioni dei testi di Poe realizzate da Charles Baudelaire, che Verne potè scoprire questo autore al quale tributerà, con questo saggio, tutta la sua ammirazione.

Poe ha creato un genere a parte, in cui non ha predecessori e di cui egli solo conobbe il segreto. Lo possiamo definire il capo della scuola dello strano: egli ha fatto arretrare le frontiere dell’impossibile”

Jules Verne

La prima traduzione in italiano di questo libretto di poco più di cinquanta pagine, pubblicato la prima volta dalla rivista letteraria francese “Musée des familles“, è del 1990 ed è nell’introduzione a cura della stessa traduttrice, Mariella Di Maio, che scopriamo tutto il senso del libro, originariamente apparso con il titolo “Edgar Poe et ses oeuvres“. Si tratta di una sorta di articolo lungo nel quale Verne, con un tono quasi da imbonitore, racconta il suo amore per le opere di Poe, citandone ampi brani, riassumendone la trame, e soffermandosi in particolare sui racconti di indagine poliziesca con protagonista Auguste Dupin, antesignano di tutti i detective alla Sherlock Holmes*, sul racconto “Lo scarabeo d’oro” (il suo preferito), ed infine sul romanzo “Le avventure di Gordon Pym”.

Illustrazione di Andrè Carrilho per “The newyorker.com”

Il segno di Poe nelle opere di Verne c’è: nei suoi romanzi è facilissimo trovar, infatti, documenti misteriosi, crittogrammi (pensiamo a quello che metterà in moto la vicenda narrata in “Viaggio al centro della terra”), i rebus, i giochi di parole. Verne riconosce a Poe, inoltre, la capacità di garantire sempre ai suoi personaggi, evidenti tratti di umanità, resi vitali e irripetibili da una sorta di combustione perenne, “un fuoco interno e inestinguibile, che accelerava il funzionamento del corpo e del cervello”. Questi protagonisti, continua Verne “sono individui eccezionali, galvanizzati per così dire, come persone alle quali si facesse respirare un’aria sovraccarica di ossigeno e la cui vita non sarebbe altro che una combustione in atto”.
Tratti, che se ci pensiamo, sono molto vicini a quelli del detective di Baker Street, che si agitava fra un accesso di spleen tipicamente baudleriano decadente e esplosioni di un’energetica e perenne insoddisfazione, che chiamavano la necessità di un’azione frenetica e costante.

Verne riempie di complimenti l’opera “poliziesca” di Poe segnalandone la genialità, la capacità di trarre a sé il lettore fin dalle prime pagine nonché l’accuratezza delle descrizioni e della trama: “Sembra così vera che talvolta abbiamo l’impressione di leggere un atto d’accusa estratto dalla Gazette des tribunaux“, scrive.

La copertina originale dell’edizione francese Hetzel de “La sfinge dei ghiacci”.


Altro tratto speciale di Poe secondo Verne è la capacità di presentare fatti incredibili, generati dalla sua mente “esagerata” , in modo assolutamente verosimile. Se ci pensiamo è proprio questa una delle caratteristiche che hanno fatto di Poe il “papà” di tantissima letteratura dell’horror, ritrovandone tratti nelle opere di Shirley Jackson, autrice della prima metà del Novecento, famosa per il suo racconto “La lotteria” con le sue atmosfere surreali calate nella quotidianità e che, a sua volta, sarà musa ispiratrice di Stephen King.

Il saggio di Verne è scorrevole e interessante soprattutto per i grandi appassionati di Poe che riusciranno a scoprire collegamenti fra le opere dei due scrittori non così evidenti, ma certamente non si tratta di una lettura di intrattenimento, bensì piuttosto per addetti ai lavori e grandi fan.

Il libro non è più in ristampa e anche usato è faticoso da scovare. Insomma, un piccolo tesoro.


Consigliato: sì
Adatto agli sherlockiani: ni
Da leggere più volte: no

Jules Verne
Edgar Allan Poe
Editori Riuniti, 1990

*Arthur Conan Doyle scrisse: “Ogni romanzi poliziesco di Poe è una radice da cui tutta una letteratura si è sviluppata. Dove era il romanzo poliziesco prima che Poe inspirasse l’alito di vita in esso?”.